Perché adesso anche un suicidio serve per i like

Si moltiplicano gli articoli dedicati alla studentessa che aveva mentito sulla sua laurea e si è buttata da uno terrazzo dell'Università Federico II: cosa ne è della deontologia?

Lo scorso 10 aprile una studentessa 25enne si è suicidata buttandosi da uno dei terrazzi dell’Università Federico II di Napoli. Ha preferito la morte alla verità: era il giorno delle lauree, aveva detto a tutti di essere nella lista di coloro che dovevano discutere la tesi ma si trattava di una bugia. Una bugia annodata ad altre bugie, un tunnel distruttivo che la ragazza ha costruito con le proprie mani senza più riuscire a uscirne. Ma non vogliamo raccontare la sua storia. Perché ormai la conoscono tutti. Dal 10 aprile, molte delle testate giornalistiche più importanti stanno sviscerando la tragedia in ogni modo possibile. A cominciare dal Corriere della Sera, che ha prodotto già diversi pezzi sull’argomento (cosa stia succedendo allo storico quotidiano non è dato sapere, di certo non è più quello di una volta). Ma anche Il Messaggero, Leggo, L’Huffington Post.

Per fortuna non mancano le eccezioni e a tal proposito è doveroso citare La Repubblica: complimenti per la classe e il rispetto. E a proposito di classe e rispetto, ci pare necessario far presente che esiste una deontologia anche per i giornalisti. No, perché pare che sia finita nel dimenticatoio. Perché pare che il rispetto a cui hanno diritto anche le persone che decidono di togliersi la vita sia un fattore secondario. Il motivo è sempre lo stesso: i click, i like, le visite. Che per carità, sono fondamentali. Sono, per intenderci, importanti come e anche più delle copie stampate e vendute dagli edicolanti. Ma sarebbe bello se i limiti e le regole potessero conservare la loro priorità.

Ci sono dati dell’Organizzazione mondiale della sanità – scrive l’Ordine dei giornalisti della Toscana – che dimostrano in modo chiaro che parlare dei suicidi fa aumentare il numero delle persone che decidono di togliersi la vita. E raccomandano anche la necessità di tenere al riparo da un’inutile e crudele pubblicità i familiari e i parenti già provati da un così forte dolore. Per questo, a parte pochi, straordinari casi nei quali il diritto e il dovere di cronaca prevale sul rispetto della privacy, non devono essere divulgate le generalità di chi ha deciso di togliersi la vita e altri particolari che rendano il suicida identificabile, nel pieno rispetto della persona, che è uno dei cardini della professione, come ricordano i principi della Carta dei doveri del giornalista. Nei casi in cui prevale il diritto-dovere di cronaca sarebbe comunque utile ricordare i servizi che offre il territorio per aiutare chi vive situazioni di estremo disagio“.

I giornalisti hanno il diritto di raccontare la tragedia della studentessa suicida e bugiarda. Certo. Ma non il dovere. Non c’era bisogno di pubblicare due-tre pezzi al giorno sull’argomento, per più giorni consecutivi. Non c’era bisogno di specificare il nome e il cognome della ragazza, di riferire l’ultima telefonata fatta al fidanzato, di rilanciare il messaggio d’amore scritto dalla cugina. Non era un “dovere” riferire che il padre e la madre della ragazza “gridavano, piangevano, dicendo che anche loro volevano buttarsi dal tetto“.

Che necessità c’era di far sapere che la studentessa suicida e bugiarda aveva pure comprato le bomboniere per la sua laurea finta? O di scavare a piene mani nella sua vita? E’ giusto riferire l’episodio, è giusto tendere una mano a ragazzi che si trovano nella stessa situazione di disagio. Ma la lente d’ingrandimento, no. Ma ossessionare con questa storia, no. Ma le foto, i particolari, i dettagli, la caccia agli aneddoti, no.

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