Brutti e Cattivi, Claudio Santamaria: la disabilità diventa irriverenza

Il trailer del film di Cosimo Gomez che vede protagonista l'attore romano, affiancato da Marco D'Amore e Sara Serraiocco

Non è un Millennials, Claudio Santamaria. Ma ai Millennials piace parecchio. Merito di quella sua aria un po’ stropicciata, di una stoffa innegabile, di un low profile che non è costruito ma viene spontaneo. E merito anche della capacità di scegliere ruoli insoliti, che affascinano e restano in mente: basti pensare al Pentothal di Paz!, al Dandi di Romanzo criminale, allo strepitoso Enzo Ceccotti, il supereroe urbano interpretato nel pluripremiato Lo chiamavano Jeeg Robot. Adesso Santamaria torna con un film che promette di essere la grande sorpresa della stagione 2017/2018: Brutti e cattivi, regia di Cosimo Gomez, che sarà presentato in anteprima nella sezione Orizzonti del Festival di Venezia ed è atteso nelle sale dal prossimo 19 ottobre.

Diamo un’occhiata alla sinossi di Brutti e cattivi: “Il Papero, Ballerina, Il Merda e Plissé si improvvisano rapinatori per il colpo che cambierà la loro vita. Non importa se il primo è senza gambe, Ballerina, la sua bellissima moglie, non ha le braccia, se Merda è un rasta tossico e Plissé un nano rapper. Sono solo dettagli. Per loro non ci sono ostacoli. Solo sogni. Anche se, dopo il colpo, le cose si complicano: ogni componente dell’improbabile banda sembra avere un piano tutto suo per tenersi il malloppo. Tutti fregano tutti senza nessuna pietà in una girandola di inseguimenti, cruente vendette, esecuzioni sanguinose e tradimenti incrociati”.

Claudio è il Papero, Ballerina ha il volto di Sara Serraiocco, nei panni di Merda troviamo Marco D’Amore. Hanno tutti un look appariscente quanto improbabile, hanno un rapporto sui generis con la religione, o meglio: la interpretano a modo loro, contaminandola con le implacabili regole della vita di periferia. Sono dei disperati, in estrema sintesi. Ma Cosimo Gomez li racconta in modo insolito, preferendo strappare risate anziché lacrime. Il kitsch è l’arma con cui si sdrammatizza, viene portato ai limiti massimi affinché l’inferno sembri tutto sommato accettabile. E intanto quella dura, durissima realtà si snoda scena dopo scena. Arrivando dritta nell’animo dello spettatore senza però fargli venire il mal di stomaco. Tanto il messaggio c’è. Si sente forte e chiaro.

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