Coworking: i Millennials lavorano insieme

Gli spazi di coworking si stanno moltiplicando anche in Italia. Abbiamo bussato alla porta di Spazio 360, uno dei più conosciuti a Roma.

Sfuggire al senso di isolamento causato dalle troppe ore trascorse in casa. Avere una sede in cui operare e al contempo abbattere i costi. Soprattutto, frequentare un ambiente che stimoli la creatività, crei confronto continuo e nuovi contatti, aiuti ad arricchire il proprio percorso professionale. Ecco, sono queste le basi da cui è nato il fenomeno del co-working, che sempre meno appare transitorio e sempre più si configura come il modus operandi del futuro. Almeno per quanto riguarda il mondo dei freelance: grafici, esperti del web, avvocati, architetti, giornalisti, creativi di ogni settore.

Co-working, lavorare insieme: non per lo stesso progetto o la stessa azienda, ma nel medesimo luogo fisico. L’idea arriva dall’America: nel 2005 Brad Neuberg, programmatore di San Francisco che trascorreva intere giornate a lavorare seduto dietro i tavolini delle caffetterie, pensò che sarebbe stato bello trasferirsi in un grande spazio e condividerlo con persone nelle sue stesse condizioni. Liberi professionisti, senza un ufficio in cui recarsi quotidianamente (e senza la possibilità di affittarne uno), costretti come lui a girovagare fra bar, internet point, librerie & affini oppure starsene fra le mura domestiche, magari col pigiama sempre addosso. Detto, fatto. Nel giro di poco tempo il co-working si è diffuso nel resto degli Usa e del mondo. Anche l’Italia si è lasciata coinvolgere e sta bruciando le tappe; il network nostrano più famoso è il Coworking Project, creato dal copywriter milanese Massimo Carrraro, che oggi conta diverse sedi sparse lungo lo Stivale.

Una di queste è a Roma, si chiama Spazio 360 e i proprietari sono Elisabetta Frasca e Stefano Borghi: “Qui – spiega Elisabetta – c’è, prima di tutto, il nostro studio di postproduzione fotografica. Poiché è un’area abbastanza vasta, nel 2009 abbiamo deciso di adibire il primo piano al coworking”. Al piano terra, gli spazi comuni: la sala riunioni, la zona relax, un angolo cottura. I frequentatori di Spazio 360 sono di due tipi: “noi li chiamiamo ‘i residenti’ e ‘i nomadi’”. I primi stipulano un contratto di due, quattro o sei mesi rinnovabili, dunque occupano stabilmente una postazione creando una sorta di piccolo ufficio con tutto il necessario. I nomadi invece arrivano occasionalmente e dispongono di un’apposita card di vari formati.

C’è una cosa che Elisabetta tiene a ribadire: “il fenomeno del co-working cresce tramite la comunità che lo frequenta, è questa la più importante differenza rispetto agli uffici arredati temporanei che si prendono in affitto e in cui ognuno si limita a svolgere la propria attività. Il co-working è una filosofia di vita: si condividono sia gli spazi che le risorse mentali”. Certo, non nega che l’apertura di Spazio 360 ad altri professionisti è servita ad ammortizzare parzialmente i costi dell’affitto. E non nega che molti giovani ricorrono a questa formula perché figli del precariato o perché hanno deciso di lanciarsi in un’attività imprenditoriale ma sono in una fase di start up. Però sottolinea che il co-working funziona anche come una vera e propria fucina di idee: “si parla con gli altri, si danno e si ottengono giudizi lucidi, possono nascere progetti integrati e impreviste collaborazioni”.

Spazio 360, come del resto tutti gli altri spazi di coworking, offre connessione wi-fi, stampante, fax, fotocopiatrice, scanner, tavoli ampi e l’illuminazione giusta. Tutto ciò che occorre per portare la propria produttività al massimo: “Entri, ti siedi, accendi il pc e ti puoi mettere subito al lavoro”, spiega soddisfatta Elisabetta. Qualcuno parlava – e parla – di bamboccioni. L’impressione, invece, è che i Millennials, figli della crisi, abbiano tutte le carte in regola per spuntarla.

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